episodio n. 13
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“Belur, guidami.” Disse tra sé il bardo. “Non ti chiedo di salvarmi, ma solo di aiutarmi a fare le scelte giuste.”. Si sentì più sollevata: l’unica garanzia di salvezza (se di garanzia si poteva parlare) era quella di mantenere il sangue freddo. Olimpia sapeva che la cosa più importante era riuscire a restare calmi e ragionare.
La folla si divise improvvisamente in due ali. Nel varco, provocato da un gruppo di guardie reali, i presenti intravidero l’avvicinarsi di una portantina, sostenuta da quattro uomini prestanti e color dell’ebano. Le cortine erano di pesante tela, di un color porpora acceso, impreziosite da una greca d’oro che correva per tutto l’orlo inferiore. Dagli sbalzi del tessuto, pendevano tante piccole pietre preziose che, cozzando dolcemente tra loro, emettevano un dolce e continuo tintinnio.
Con una calma quasi soffocante, i quattro uomini si portarono al centro del piazzale, proprio di fronte ai ragazzi ateniesi. Appoggiarono delicatamente la portantina a terra e si mantennero immobili accanto ai propri sostegni.
Per un interminabile istante nessuno fiatò: la piazza sembrò bloccarsi, come se il corso del tempo fosse stato rallentato gradatamente, fino ad arrestarsi del tutto.
Poi, come per miracolo, la gente iniziò ad ondeggiare e il silenzio irreale si sciolse in un ininterrotto mormorio.
Le guardie reali scrutavano preoccupate la folla che, lentamente, avanzava verso la portantina.
All’improvviso, una mano, pallida e raggrinzita, quasi completamente ricoperta da anelli d’oro, sbucò dalle tende e le scostò. Olimpia osservò incuriosita la situazione: l’uomo che vide apparire da dietro le cortine era un vecchio, dall’aspetto fragile e macilento. Possibile fosse quello il terribile Minosse? Con fatica il monarca si sporse dalla lettiga ed appoggiò i piedi a terra. Quello che doveva essere il capo delle guardie reali corse ad aiutarlo, si inchinò e gli porse la mano, tenendo il capo rispettosamente basso.
Il vecchio si guardò intorno e, con un sospiro, si rivolse ai giovani ateniesi. La sua voce parve giungere dall’Ade, tanto suonava distante e faticosa.
- Lo so… Potrebbe suonare strano che proprio io venga a darvi il benvenuto… - si fermò e respirò affannosamente. - Sono il re di quest’isola. Signore assoluto di tutto ciò che potete vedere. - allungò una mano scarna, indicando il porto, le case, il mare e le persone presenti. - Gli dei non sono stati clementi con me. Avevo un figlio e la boriosità del vostro re l’ha ucciso. Al mio secondogenito è stato strappato il trono da un fato crudele, ancora prima che nascesse… - la sua voce fu un sibilo carico di rancore, - Ora ho solo una figlia, che porterà il mio trono come dono di nozze ad uno straniero qualsiasi. Il mio regno finirà con me... - Nei suoi occhi acquosi brillò uno sprazzo d’ira repressa. - Per colpa della vostra città, tutto ciò che ho costruito andrà in rovina! - gridò con voce malferma. - Niente di me resterà, dopo che sarò morto! Ecco perché ho deciso di presentarmi da Caronte con molti di voi. Atene mi deve almeno questo: ripagarmi con i suoi figli per il figlio che mi ha tolto! - sorrise, di un compiacimento maligno, quasi folle. - Ho chiesto personalmente a mio figlio Asterione di prepararvi per il viaggio. - osservò lentamente ciascuno dei prigionieri, la bocca storta in un ghigno malvagio.
Olimpia sussultò: dunque Asterione era il figlio di Minosse? Il “mostro affamato di carne umana” di cui parlavano Omero ed Ermione era dunque il principe di Creta? Com’era possibile?
Il vecchio monarca parlò di nuovo: - Il mio figliolo è già pronto: vi aspetta con ansia. Adora fare felice il proprio padre… - di nuovo fissò lo sguardo, stavolta sulla folla. - E se tra i presenti qualcuno dovesse trovare poco … piacevole il trattamento che riservo ai nostri ospiti dell’Attica, mio figlio sarà lieto di accogliere anche questo “qualcuno” nella sua dimora. - lo sguardo si fece tagliente, - Come ben sapete, Asterione non è tipo che faccia differenze. E’ di … bocca buona, lui … - rise compiaciuto delle proprie parole. Al suo riso fece eco quello del comandante della nave, seguito poi da tutti i marinai. Il capo delle guardie reali, invece, non si scompose, ma manifestò il proprio disappunto stringendo convulsamente tra le dita l’elsa della spada appesa al proprio fianco.
Olimpia sentì crescere l’ansia dentro di sé. Quel vecchio re doveva essere impazzito, di sicuro, ma nessuno sembrava poter porre rimedio alla sua cattiveria o, quanto meno, essere interessato a farlo. Questo Asterione doveva essere l’uomo più crudele che esistesse sulla terra, a giudicare dal terrore che era capace di suscitare nella gente. Possibile che nessuno si rendesse conto della situazione? Possibile che la coscienza di tutti fosse insensibile di fronte alla barbarie che si compiva ogni nove anni? Si girò e guardò Teseo. Il ragazzo fissava un punto preciso della folla, lo sguardo rapito e attento.
Olimpia seguì il filo invisibile che univa gli occhi del ragazzo alla gente e scorse una fanciulla dai lunghi capelli scuri, intenta ad osservare Teseo con la stessa attenzione. Era pallida, con occhi neri, quasi di brace: portava un velo leggero, che le copriva in parte la fronte candida. Teneva le spalle ben ritte: ad Olimpia sembrò che il suo atteggiamento fosse piuttosto fiero e che il colore dell’incarnato indicasse una vita per lo più passata tra le mura domestiche. Una nobile, molto probabilmente.
Quando la fanciulla intercettò il suo sguardo, il bardo abbassò gli occhi, sorridendo tra sé: “Eh, gli uomini…”, si disse.
Tornò a guardare la folla. La ragazza era scomparsa.
- L’hai vista anche tu? - le chiese Teseo quando, incolonnati dietro la portantina, i quattordici s’incamminarono verso la reggia di Minosse.
- Chi? - chiese in tono ingenuo Olimpia.
- Ma dai! Quella ragazza giù al porto… L’hai vista? -
- E se anche l’avessi vista? - sorrise Olimpia. Poi, di fronte allo sguardo deluso dell’amico: - Comunque sì, l’ho notata. Molto bella, non c’è che dire. Dev’essere nobile: era molto pallida, segno che non esce spesso di casa… E poi quel velo: troppo raffinata la stoffa, per essere un abito da popolana. -
Teseo rise: - Non direi che l’hai solo “notata”. Direi piuttosto che l’hai “osservata”, e molto bene anche! - le rivolse uno sguardo scherzoso, - Devo considerarti un rivale? -
Olimpia lo guardò divertita: - Non preoccuparti, ho già rivolto le mie attenzioni da un’altra parte! -
- Quella ragazza mi ha completamente rapito… - sussurrò estasiato Teseo.
- No, ti sbagli. I Cretesi ci hanno rapiti e noi siamo qui per risolvere la questione. - ribatté Olimpia. Il giovane ateniese sospirò.
Il gruppo giunse infine sotto le mura della reggia di Minosse. Il pesante portone si aprì e il mesto corteo s’avviò all’interno.
Quando si fu fermato nel cortile d’ingresso, di nuovo la portantina fu posta a terra. Minosse scese con gesti malfermi e sostò davanti agli ateniesi, quasi passasse in rassegna le proprie truppe.
- Questa notte sarete miei ospiti: darò una festa in vostro onore, perché l’ospite è sacro a Creta come ad Atene. Mio figlio Asterione non vi potrà partecipare: detesta l’etichetta di corte. - sorrise, compiaciuto dalle proprie parole, - Ma lo incontrerete, non temete: quando Selene splenderà alta, nella sua pienezza, in cielo. - rise di nuovo, sommessamente, poi sospirò: - Al banchetto sarà presente mia figlia Arianna: le chiederò di suonare la lira per voi… - batté due volte le mani ingioiellate e subito comparve uno stuolo di serve e servitori che, divisi i maschi dalle femmine, portarono i quattordici prigionieri nelle stanze loro riservate, perché si preparassero alla festa regale.

Giunta nei pressi dell’imbarcazione Xena si ritrovò di fronte al vecchio compagno d’armi.
- Xena, ci si rivede. - l’apostrofò Apollodoro avvicinandosi e tendendole la mano.
- A quanto pare. Ne è passato di tempo… - rispose la guerriera, afferrando l’avambraccio dell’uomo con presa salda.
- Già… Ma sembra che sia passato solo per me, accidenti. - fece l’uomo con fare seccato, passandosi una mano tra i capelli radi. - Hai scoperto l’elisir di lunga vita, Xena? Potevi anche avvisarmi… -
Xena gli riservò uno sguardo divertito e gli sussurrò all’orecchio: - Ciascuno ha i propri privilegi, Apollodoro… -
L’uomo sorrise malizioso: - Dicono che tu sia tornata dall’Ade… - la guardò preoccupato, - Dicevano che un intero esercito, mille uomini, era riuscito a sconfiggerti solo dopo che avevi abbattuto molti soldati. Dicevano… - sospirò, - che t’avevano staccata la testa, Xena… - la guardò seriamente. - M’era dispiaciuto sapere che la tua fine era stata tanto crudele… - le sorrise.
- Qualsiasi sia stata, ora sono qui, Apollodoro. - lo rincuorò con calma la guerriera, anche se la sua mandibola si contrasse di scatto al ricordo del Giappone.
- Eh, già… Così, eccoti qui. L’erba cattiva non muore mai… - l’uomo le appoggiò una mano sulla spalla, ridendo bonariamente.
Xena rise di rimando - Se non sbaglio solevi dire: “Dipende dall’erba”. Giusto, Apollodoro? -
Il marinaio puntò lo sguardo verso l’orizzonte e divenne malinconico: - Probabilmente io non sono l’erba giusta… - mormorò.
La guerriera capì: - No, Apollodoro: ti sbagli. La mia eccezionale longevità è solo frutto del capriccio degli dei e del destino. Non sai quanto mi sia costato “guadagnare” tutti questi anni… Ho perso l’infanzia di mia figlia, non ho potuto dire addio a mia madre… -
- Irene? Lo so, mi dispiace. In quel periodo ero in Egitto, ma se solo avessi potuto, avrei raso al suolo Amphipoli e tutti quei bastardi che l’hanno giustiziata. - guardò la donna che gli stava di fronte: - Ma dimmi, hai una figlia, Xena? Meraviglioso! - le sorrise, - Non sapevo avessi deciso di sposarti… -
Xena assunse un’espressione divertita: - No, niente matrimonio! E’ una storia lunga, Apollodoro. Abbiamo tempo, stanotte: te la racconterò, se vorrai ascoltarmi. -
- Muoio dalla curiosità, Xena: ho arretrati di ben 25 anni! - ribatté l’uomo.
- 28, per la precisione! - fece Xena, strizzandogli l’occhio.
Salirono velocemente su per la scaletta di legno e atterrarono con passo sicuro sul ponte della nave: - Il tragitto indicatovi da Tenacle subirà una variazione. - Tutti i marinai interruppero il lavoro a cui erano addetti. - Salpiamo alla volta di Creta. -
Xena si guardò attorno: un brusio di stupore si levò dagli uomini che, lentamente, si stavano radunando intorno a lei.
- Qualsiasi sia la tua decisione, verremo con te. - iniziò Apollodoro.
- Giusto. - Asserì qualcuno dal gruppo di uomini.
- Appena ho saputo che saresti stata il nostro capitano, ho radunato alcuni “vecchi amici”… - riprese Apollodoro.
- Cosa… - iniziò la donna.
- Guardati in giro, Xena: non ci riconosci? - sorrise il vecchio.
Xena passò in rassegna i volti bruciati dal sole e dalla salsedine: ma sì! Anche se invecchiati, poteva riconoscervi molti degli uomini che erano stati con lei sui campi di battaglia, i pochi che le erano rimasti comunque amici, dopo la sua decisione di interrompere la sua “carriera” da conquistatrice.
La donna sorrise, mentre gli uomini le si facevano lentamente in contro.
Dal gruppo si staccò un uomo di mezz’età, il viso color cuoio, solcato da profonde rughe.
- Xena… - iniziò incerto.
- Castore… - lo riconobbe la donna.
- Parlo anche in nome dei miei compagni e non credo che mi smentiranno se affermo che siamo orgogliosi di salpare con te. - un mormorio d’assenso si levò dalla ciurma. - Tenacle è un armatore scaltro ma pusillanime e gretto. Molti di noi sono morti a causa dei suoi ordini inetti. - sospirò. - Molti di noi sanno che non torneranno da questo viaggio, Xena, ma morire per un capitano valoroso è un onore a cui un buon soldato non deve sottrarsi. - poi, rivolto ai compagni gridò, levando un braccio: - Per Xena! -
Gli fecero eco gli altri: - Per Xena! -
La guerriera sorrise: - Si salpa alla volta di Creta: sorprenderemo i pirati alle spalle. - rivolgendosi ad Apollodoro e Castore: - Tutti si aspettano che li attacchiamo da nord, ma così saremmo in mare aperto e senza un appiglio a cui attraccare. In questo modo, invece, giochiamo il fattore sorpresa: le acque di Creta sono capricciose, nessuno s’aspetta che ci dirigiamo da quella parte. - puntò gli occhi chiari in mare aperto: - Olimpia, presto sarò da te. Sii forte… - sussurrò.
Apollodoro, alle sue spalle, sorrise compiaciuto: “Finalmente si ricomincia a vivere!”, si disse.
- Mollare gli ormeggi! - gridò il capitano: - Si parte! -
L’ancora fu levata e la nave, lentamente, si staccò dal pontile; le vele si dispiegarono al vento e, gonfie, spinsero l’imbarcazione verso il largo.

Olimpia odorò rapita, per l’ennesima volta, la fragranza che le era rimasta sulla pelle dopo il bagno. Le c’era voluta molta destrezza per nascondere, mentre si spogliava, i sais e il sacchetto di polvere, prima che le serve li trovassero e li facessero sparire insieme alla sua biancheria. Era importante che lei li potesse ritrovare dove li aveva lasciati: nella camera, sotto il giaciglio in cui, secondo Minosse, avrebbe dovuto trascorrere le ultime notti prima di incontrare Asterione.
Bussarono alla porta.
- Avanti. - Olimpia non aveva dimenticato chi doveva interpretare: aveva preteso, simulando un capriccio da nobile ragazza viziata, di fare il bagno sola. Il tatuaggio sulla schiena avrebbe destato non pochi sospetti tra le ancelle e, da loro, certo sarebbero arrivati alle orecchie del re. Meglio non tentare la sorte, quindi.
- Signora, il re l’attende nella sala grande. - la guardia disse con tono dimesso. Lanciò uno sguardo fugace alla ragazza nella stanza: certo la trovava attraente, un vero peccato che fosse destinata al figlio del re. - Venga: la condurrò io al banchetto. -
Olimpia abbassò il capo e sorrise. Si sistemò lo spillone d’oro che le fissava l’abito alla spalla sinistra ed uscì dalla stanza. Il corridoio era ben illuminato. La guardia camminava dietro di lei: improvvisamente fu tentata di rivolgergli la parola.
- Che tipo è questo Asterione? - chiese con finta noncuranza. - Fa il prezioso e non si mostra in giro. -
La guardia tossicchiò, ma non rispose.
- Beh, dev’essere proprio strano. Suo padre dà una festa in suo onore e lui non si presenta. Che fa, per occupare il tempo: il mercante di schiavi? Tiene le donne per il suo harem e vende gli uomini? - punzecchiò il bardo. - Oppure… Oppure li costringe a divenire eunuchi e li tiene come servi… Sì, dev’essere così… - terminò Olimpia fingendo un’assoluta ingenuità.
- Signora… - la interruppe il giovane alle sue spalle, in tono addolorato. - Non prenda alla leggera Asterione. Inutile illudersi… Sa bene anche lei che non finirà in un harem. - sospirò. - Cerchi di non perdersi, una volta varcato l’ingresso dell’antro. Trovi dei punti di riferimento e non si perda, signora. Forse così si potrà salvare… -
- Perdermi? Perché dovrei perdermi? - iniziò Olimpia.
- Shhht. - disse la guardia. - Siamo arrivati. - Aprì la porta e cedette il passo al bardo.
La scena che si presentò agli occhi della giovane fu a dir poco estasiante: il salone, illuminato da innumerevoli bracieri, era interamente decorato con affreschi rappresentanti delfini guizzanti in acque cristalline e giovani dalla pelle ambrata e i lunghi capelli ondulati colti nell’attimo in cui li cavalcavano e li coinvolgevano (o si lasciavano coinvolgere?) nei loro giochi. Il pavimento era stato rivestito di morbidi tappeti color porpora, sui quali erano stati sistemati grossi cuscini dagli svariati colori, sempre in tinte calde. Le ancelle trasportavano senza posa larghi vassoi, stracolmi di vivande succulente. Ad Olimpia sovvenne, improvviso, il ricordo del banchetto dato da Caligola, che credeva di essere un dio sulla Terra. Povero pazzo! Ad ogni modo, sebbene non sano di mente, sapeva organizzare banchetti strepitosi, ricchi di ogni meraviglia culinaria di cui l’Impero Romano potesse vantarsi.
Che triste paragone: in quell’occasione era stata ospite. Ora era prigioniera e condannata a morte…
Intravide Teseo all’altro capo della sala e, senza fretta, lo raggiunse. Doveva rendere il più credibile l’interpretazione della “ragazza di buona famiglia”.
- Accidenti, sei bellissima! - le venne in contro il ragazzo, con fare cordiale. - E che ottimo profumo… Immagino tu debba per forza avere un promesso che t’attende… Altrimenti chiederei la tua mano. - Scherzò Teseo.
- Ah, sì? - rispose alla schermaglia il bardo, - Non pensi già più a quella bella ragazza del porto? Certo, tuo padre preferirebbe una nobile, ad una guerriera. E, per inciso, nessun promesso sposo mi aspetta a Potidea. - terminò decisa Olimpia.
- Davvero? - rispose incredulo il giovane, - In quanto a mio padre… - aggiunse tristemente, - Non che gliene importi granché delle scelte che faccio. Pensa: non sa neppure che sono qui. -
- Cosa? - esclamò Olimpia. - Ma com’è possibile? - chiese esterrefatta.
- Semplice: mi sono offerto spontaneamente. Lui non l’ha ancora saputo, a quanto pare. - rispose seriamente Teseo, - Ero d’accordo con le guardie… ed ho pagato bene il silenzio dei servi… -
- Hai preso accordi con le guardie reali? E nessuno ha detto nulla? -
- Non ci si può opporre alle decisioni di un principe, Olimpia. - gli occhi chiari si fissarono in quelli increduli della ragazza.
- Tu… Tu sei un principe? -
- Già! - sorrise sarcastico, - Sono Teseo, figlio di Egeo, re di Atene. - le parole furono dette come per liberarsi da un peso insostenibile.
Olimpia stava per ribattere alla presentazione del giovane quando, con un battito di mani, quello che sicuramente doveva essere il ciambellano di corte attirò l’attenzione dell’intera sala.
- Mie signore e signori, gentili ospiti. Il mio padrone, il signore di questa terra, sovrano indiscusso d’ogni cosa, vivente e non, ha avuto la compiacenza di allietare le vostre ore qui a palazzo con questa festa. – guardò con sguardo mellifluo i presenti in sala, - Per compiacervi ancora di più, ha chiesto alla principessa di Creta, d’incantarvi col suo soave canto, cosa che la principessa ha lietamente accettato di fare… -
La sospensione nelle parole dell’uomo sembrò ad Olimpia più la conferma della reticenza della ragazza che quella del suo assenso incondizionato e felice.
- Signori, onorate l’ingresso di Arianna, principessa di Creta! -
Il ciambellano si scostò impercettibilmente e sulla soglia comparve una figura snella ed elegante. Il bardo percepì nettamente il fiato mozzato del giovane principe al suo fianco che, come lei, aveva riconosciuto nella principessa la fanciulla che li aveva osservati al porto, per tutto il tempo del discorso del re, e poi era svanita nel nulla.
- E’ lei… - mormorò rapito Teseo.
- Già… - ponderò Olimpia. - Chissà che ci faceva al porto, tutta sola… -
- Qualsiasi cosa facesse, spero mi abbia visto, come io ho visto lei… - esclamò il principe.
- No, Teseo, tu non l’hai vista, tu l’hai mangiata con gli occhi: è diverso. - ribatté Olimpia ridendo.
I due s’incamminarono verso il centro della sala e presero posto a sedere: Olimpia su un grosso triclinio, coperto da un drappo cremisi, Teseo sistemò alcuni grossi cuscini dorati ai piedi del letto e vi si sistemò.
- Avrei voluto vedere la tua reazione, - continuò il giovane, rapito dalla ragazza che, nel frattempo, aveva preso il suo posto ed iniziava a pizzicare con dita agili le corde della lira, - se ti fosse capitato davanti Adone in persona: sicuramente sarebbe stata uguale alla mia! -
- Shht! - gli ordinò Olimpia.
La sala si riempì di una musica melodiosa e struggente: Arianna cantava di eroi partiti per grandi gesta e mai più tornati e di mogli fedeli rimaste a casa in attesa del loro ritorno. Un nodo si strinse nella gola del bardo: alcune lacrime scesero a bagnarne il viso.

- Xena, il vento è favorevole: avanti così e arriveremo presso Creta in meno del previsto. -
- Apollodoro, devo confessarti una cosa… - gli occhi della guerriera si fissarono, prima, in quelli del vecchio, per poi vagare verso l’orizzonte tinto dalle prime luci dell’alba. - Quando ho accettato l’incarico da Tenacle l’ho fatto solo per tornaconto personale. - l’uomo accennò ad una risposta, subito interrotto dalla donna, - Aspetta, lasciami finire. Non per soldi o per gloria: è passato il tempo per quel tipo di “gesta” e di quel periodo non smetterò mai di pentirmi… - si schiarì la voce. - Chiesi a Tenacle di lasciarmi il comando della nave per sbaragliare i pirati, sì, ma solo per poter ottenere un passaggio per Thira. -
L’uomo la guardò bonariamente: - Se è per questo, Xena, non mi sembra un segreto inconfessabile… -
- No. Non è questo. - proseguì la donna, - Quando presi accordi, inclusi come passeggero anche la mia migliore amica, Olimpia. -
- Ne ho sentito parlare: è il bardo che viaggia con te, giusto? - intervenne Apollodoro. - M’è sembrato strano non vederla con te, infatti: so che siete solite viaggiare unite ed è difficile separarvi… -
La donna espirò profondamente: - E’ questo il punto. Olimpia sarebbe dovuta restare ad Atene in attesa del nostro ritorno. Ieri, invece, s’è offerta volontariamente come ostaggio di Minosse ed è stata imbarcata per Cnosso… - la voce della guerriera si fece roca di rabbia. - Forse aveva sperato d’incontrarmi al porto, chissà. Nella mia fretta di tornare ad avvisarla dell’ “affare” che avevo concluso, non l’ho vista… -
Apollodoro le pose amichevolmente una mano sulla spalla: - Capisco… Ti senti in colpa per non averla vista? - la donna non rispose. - Beh, ascolta bene, Xena: la tua amica ha scelto da sé cosa fare e come comportarsi. Ha fatto i suoi conti e, forse, li ha sbagliati. Certo, ora avrà bisogno d’aiuto, ma non da parte di una persona che si macera nel rimpianto di “non essere arrivata a tempo”. Ha bisogno di una persona forte e risoluta, che ha preso in prestito una nave, che sbaraglierà i pirati e che la salverà. Perché tu hai intenzione di fare questo, vero? I pirati sono una scusa e anche la deviazione per Creta lo è, giusto? - il viso schietto dell’uomo rinfrancò la guerriera, che annuì silenziosamente.
- Non c’è problema, Xena: per la prima volta dopo tanti anni tutti abbiamo l’occasione di tornare a vivere veramente, grazie al tuo comando. Su questa nave siamo a tua completa disposizione, capitano. - Apollodoro aprì le labbra in un sorriso cordiale e fiducioso. Poi, come se avesse realizzato improvvisamente: - Cnosso, hai detto? Xena… Ricordi Dedalo? Quel ragazzo solitario, che amava scarabocchiare sulle pergamene progetti strambi… Quello che ti fece da scudiero per un po’ di tempo… -.
- Finché non sparì nel nulla? Sì, Apollodoro, lo ricordo bene. So già cosa vuoi dirmi: è a Creta e, se è ancora vivo, è messo proprio male: pare che Minosse l’abbia fatto prigioniero con tutta la famiglia dopo per lui aveva realizzato un’opera grandiosa… -
- Fidati dei tiranni ed ecco cosa accade! - brontolò il vecchio.
- Già. Comunque le sue invenzioni non erano poi tanto bislacche: ho provato ad assemblare pelle di capra su una croce di legno, come aveva disegnato lui, ricordi? Beh, vola davvero, Apollodoro: vola alto come un’aquila! -
Gli occhi dell’uomo si sgranarono: - E bravo Dedalo! - considerò, - E noi che lo schernivamo tutto il giorno! - Rise.
- Creta, Creta in vista! - Castore entrò sottocoperta con una tale veemenza che sia Xena sia Apollodoro sussultarono.
- Va bene, Castore. - lo placcò la guerriera, - Ora puoi anche calmarti. - Sorrise bonariamente.
Insieme, i tre si avviarono sul ponte della nave. Le scogliere di Creta si stagliavano chiare in lontananza. Xena socchiuse gli occhi e desiderò d’essere già arrivata sulla terraferma.
- Nave a tribordo! - gridò qualcuno dalla vedetta dell’imbarcazione: Xena, Apollodoro e Castore si precipitarono alla balaustra della nave.
- Volevi i pirati, Apollodoro? - chiese ironicamente la guerriera. - Bene: eccoti i pirati! -
Apollodoro ebbe un moto di gioia: - Finalmente! - gridò a pieni polmoni, battendo le mani come un fanciullo. Xena e Castore risero divertiti. Poi, la donna si fece serie: - Uomini, ai vostri posti! Chiro, portami la mappa di Creta immediatamente! Anàssaro, tieniti a distanza dalla scogliera, ma non dirigerti verso i pirati: dobbiamo dar loro l’impressione di averli visti e di star scappando. - Fissò lo sguardo alla sagoma dell’imbarcazione, lontana all’orizzonte.
- Credi che ci abbiano avvistati, Xena? - chiese Castore.
- Penso di sì: siamo una nave mercantile, in fondo. Siamo il loro obiettivo. Poveri: non sanno ciò che li aspetta! - la donna si voltò verso l’equipaggio: - Prendete le spade e le lance! Portate i rostri e sistemateli nelle posizioni che vi ho indicato ieri! Sistemate le sacche di Fuoco Greco sulle catapulte: devono pensare che sia un carico normale. - Si rivolse ad Apollodoro: - Se la tua gamba ti dà problemi chiama, intesi? Chiama: non aspettare un attimo e chiamami! - gli poggiò ambedue le mani sulle spalle: - Ho bisogno di te vivo, chiaro? Non fare l’eroe per nulla. -
Il vecchio le rispose serio: - Fidati. Lo farò. -
- Non ti perdonerei la disobbedienza. - fece Xena, mal celando un sorriso: - Dimostrami che sei quel tipo di erba cattiva, Apollodoro. -
- Quella che non muore mai? Va bene: ci sto! - entrambi si scambiarono uno sguardo d’intesa.
- Capitano! - gridò l’uomo di vedetta, - La nave si sta dirigendo verso di noi! Ha il vento in poppa: ci raggiungerà tra poco! -
- Perfetto! - esclamò Xena, - Partéo, sistema le fiaccole come t’ho mostrato! - dispiegò davanti a sé la mappa della costa cretese ed indicò al timoniere la rotta da tenere: - Quando ti do il segnale, vira a babordo e, giunto nei pressi di questi scogli, - indicò col dito un punto sulla carta, - vira di nuovo a tribordo, finché non raggiungi questo punto, chiaro? - Anàssaro annuì vistosamente, anche se sul suo viso si disegnò uno sguardo preoccupato.
Xena lo percepì immediatamente: - Fidati, so quel che dico. Sei il miglior timoniere che conosca… - guardò l’uomo seriamente, - Se avranno il fegato di seguirci, se la dovranno vedere con gli scogli sommersi e allora sì che ne vedremo delle belle! - rise, seguita da Anàssaro, che sembrò più risollevato.
In pochi passi fu sul ponte di prua da dove, a gran voce, incitò i suoi uomini: - Forza! Come ai vecchi tempi, ragazzi! Facciamo vedere a quei bastardi di chi bisogna aver paura!!! La vittoria è già nostra!!! -
- Sì!!!!! - urlarono all’unisono i marinai.

ATTO 3

- Dove stiamo andando? - chiese a bassa voce Olimpia, letteralmente trascinata per un braccio da Teseo lungo un corridoio semibuio del palazzo di Cnosso.
- Zitta… - l’ammutolì il ragazzo, - voglio vedere dov’è finita Arianna. -
- E ti servo io? - il bardo si fermò di colpo, strattonando all’indietro il giovane che, per poco, non perdette l’equilibrio.
- Dannazione, mi scordo sempre della tua forza… - sbuffò il principe. - Sì, cara, mi servi: se andassi da solo rischierei di farmi beccare dalle sentinelle… -
- Così ti serve il “palo”, giusto? - intervenne Olimpia.
- Hai capito bene. Dai Olimpia, dammi una mano: devo, devo assolutamente conoscere quella ragazza, fosse anche l’ultima cosa che faccio! - implorò il giovane.
- Se continui così non solo sarà l’ultima cosa che fai tu, ma anche l’ultima MIA! Hai idea che, non appena scoprirà che non siamo più nelle nostre stanze, Minosse ci sguinzaglierà dietro tutte le guardie del palazzo?? - lo incalzò la ragazza, - Come minimo non avremo neppure il tempo di dire “alfa” e saremo già belli e pronti per Asterione! -
- E se anche fosse? Devo forse ricordarti che domani è il nostro ultimo giorno? La luna è quasi pronta per splendere piena in cielo: questa è l’ultima notte che ci sia concessa e io non voglio sprecarla dormendo. -
Olimpia lo guardò comprensiva. - E sia. Ma facciamo presto, intesi? Due parole al massimo e niente sdolcinature! -
- Dei! Mi sembri la mia nutrice! Va bene, va bene! Ma ora andiamo… - rispose Teseo divertito ed ansioso.
Girarono l’angolo, silenziosi come felini. Il corridoio, illuminato solo da due torce ai suoi estremi, era disadorno, in completo contrasto con lo sfarzo del resto del palazzo.
- Questa la dice lunga… - osservò Olimpia seriamente, - sul rapporto tra padre e figlia. Sembra che il re non abbia in gran stima la principessa… -
- Già. - concordò Teseo, - Basti pensare che l’ha velatamente accusata di mettere fine alla sua dinastia. - il suo sguardo si fece vago, - I padri possono divenire il peggiore dei nemici, talvolta. -
Il bardo lo guardò, ma non disse nulla.
Il gineceo sembrava deserto: non una guardia od un eunuco a presidiare gli ingressi. D’un tratto, i giovani sentirono un leggero fruscio provenire dalle loro spalle. Voltatisi all’improvviso, intravidero una figura muoversi furtivamente nel buio. Teseo ed Olimpia s’irrigidirono contro il muro.
- Hai visto? - chiese il giovane ansiosamente.
- Sì… - sussurrò il bardo. - Sembra che qualcuno ci stia spiando da dietro la statua di Minerva. -
La figura si mosse di nuovo, strisciando nell’ombra ed acquattandosi nei pressi di un’altra statua. I due giovani, messi in allarme, tentarono di raggiungere la porta della camera di Arianna, ma qualcosa sibilò nel buio ed afferrò con una stretta poderosa ambedue le caviglie di Teseo, che cadde con un tonfo secco sul pavimento.
- Dannazione! - imprecò, portando le mani ai piedi. - Cosa diavolo… -
Una sostanza appiccicosa colava dalle corde, che gli si erano ingarbugliate attorno alle caviglie in un groviglio inestricabile.
Olimpia estrasse i sais dai calzari, nel momento stesso in cui l’ombra che li aveva seguiti si staccò dal muro e si avvicinò loro con passo felpato.
- Chi ho il piacere di conoscere? - chiese una voce femminile, dolce e beffarda al tempo stesso.
- Teseo di Atene ed Olimpia da Potidea, maestà - rispose quietamente il bardo, rinfoderando le armi.
- Cosa? - chiese il giovane principe, ancora sbalordito per la caduta e per la sorpresa, - Come hai fatto a capire…? - ma s’interruppe senza fiato quando, dall’ombra in cui avanzava, Arianna si mostrò loro alla flebile luce delle torce. Indossava quello che, apparentemente, doveva essere un abito da combattimento. A Olimpia ricordò molto quello indossato da Xena a Highuchi e, per un attimo, il bardo rivide la propria amica poco prima di partire per andare a combattere - e a morire - nei boschi del Giappone. Scosse il capo per scacciare quei cattivi pensieri e dedicò la propria attenzione alla principessa.
- Quel nodo non si districherà mai, se continui a tirare così. - disse serenamente la ragazza al principe ateniese, indaffarato nel tentativo di liberarsi e goffamente steso in una posizione bizzarra. - Vieni, - lo invitò ad alzarsi, - saltella fino alla mia camera: lì ho il necessario per sciogliere l’intruglio che t’inzacchera la pelle. - fece appoggiare il giovane alla propria spalla, mentre Olimpia passava a sostenerlo dall’altra parte.

di Dori

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